L'indovino cieco di Tebe, figura toccante della mitologia greca, era noto tanto ad Omero quanto ad Esiodo. Egli appare nel ciclo epico di Tebe, e Sofocle si servì di lui in maniera drammatica in Edipo Re, dove la sua incontestabile autorità di profeta e di veggente getta il seme del turbamento nell'animo fin lì tranquillo del re. Tiresia appare anche in due opere di Euripide, Le baccanti e Le fenicie, nelle quali il ruolo che egli sostiene concorda con la descrizione che ne fa Omero : nell'Odissea (libro X) Circe consiglia ad Ulisse di consultare l'ombra di Tiresia, in quanto la morte non ha intaccato la saggezza di quel grande uomo. Nel libro XI l'eroe incontra l'indovino nel regno dei morti. Tiresia discendeva dagli sparti "gli uomini seminati" da Cadmo : suo padre era Evereo  e sua madre la ninfa Cariclo. Stando ad Esiodo, Tiresia visse per un lungo arco di tempo pari a sette generazioni.

Un giorno, mentre passeggiava sul monte Cillene, fu assalito da una coppia di serpenti. L'indovino uccise la femmina, e subito fu trasformato in donna. Questa sua nuova condizione gli permise di acquisire un'esperienza unica al mondo. Parecchi anni dopo ritornò sul monte Cillene , dove due serpenti si stavano accoppiando : egli uccise il maschio e tornò ad essere uomo. Zeus ed Era si rivolsero a lui chiedendogli di fare da arbitro in una controversi che li divideva. Scontenta della sua risposta, Era lo rese cieco mentre Zeus gli accordava il dono di lunga vita e di intendere il linguaggio degli uccelli. Tiresia morì quando i tebani dovettero battere in ritirata dopo l'attacco alla loro città sferrato dagli Epigoni. In quell'occasione il vecchio indovino prese freddo per aver bevuto l'acqua gelata della fonte Telfussa.