La Sibilla Cumana si accinge a bruciare tre dei suoi libri di oracoli.

Pare che tutti gli oracoli delle sibille fossero stati raccolti, ma quelli che ci sono pervenuti non risalgono a oltre il II secolo a.C. e sembrano permeati di elementi giudaico-cristiani. La leggenda vuole che la Sibilla Cumana avesse proposto a Tarquinio il superbo, l'ultimo re di Roma, di acquistare nove di questi libri di oracoli. Trovando il prezzo troppo alto, Tarquinio rifiutò. La Sibilla bruciò allora tre raccolte ed offrì nuovamente le altre sei al re. Tarquinio rifiutò ancora e di nuovo la Sibilla bruciò tre libri. A questo punto il re cedette e pagò per gli ultimi tre libri il prezzo previsto per tutti e nove. I libri sibillini furono affidati alla custodia di un collegio di due membri della nobiltà (duumviri sacris faciundis), aumentati poi fino a quindici, ma a questo punto il loro numero comprese anche cinque uomini del popolo. Alla fine, nel I secolo a.C. , si procedette alla nomina di quindici magistrati incaricati specificatamente della loro custodia. Il loro ruolo consisteva nel consultare gli oracoli su richiesta del sanato di Roma, per evitare di contrariare gli dei al momento di una nuova impresa. I libri erano conservati in una camera scavata sotto il tempio di Giove Capitolino. Bruciarono nell'incendio del Campidoglio dell'83 a.C. e si tentò allora di ricostruirli cercandone i testi presso altri famosi santuari del mondo. Queste nuove raccolte furono sistemate nel tempio di Apollo sul Palatino grazie all'interessamento personale dell'imperatore Augusto. Qui vi rimasero fino al V secolo d.C. Non ci è dato sapere con precisione quale sia stata la loro sorte.