Piritoo, figlio di Zeus e di Dia (il cui sposo, Issione, fu punito da Zeus per la sua ingratitudine), era un lapita, amico di Teseo. Piritoo sposò Ippodamia, figlia di Bute, e Teseo fu invitato al loro matrimonio. Piritoo aveva invitato i centauri, suoi vicini, a festeggiare con lui quella lieta occasione, ma non avendo l'abitudine di bere, si ubriacarono e si mostrarono violenti nei confronti delle donne invitate alle nozze. Quando osarono prendere di mira Ippodamia, ne nacque la famosa lotta fra i lapiti ed i centauri, nella quale questi ultimi ebbero la peggio e furono cacciati dal monte Pelio. L'amicizia con Teseo trascinò Piritoo in altre avventure, una delle quali, il tentativo di rapire Persefone, gli costò la vita. Ade riuscì a contrastare il piano dei due amici facendoli sedere sui troni scavati nella roccia presso l'entrata del suo palazzo. Questi troni però erano le sedie dell'oblio, del Lete, da cui nessuno poteva alzarsi. Eracle, che si trovava nel mondo sotterraneo per rubare Cerbero, riuscì a liberare Teseo, ma Piritoo, che aveva avuto l'idea di rapire Persefone al suo sposo, rimase inchiodato per sempre alla sedia dell'oblio.

 

Secondo Esiodo, Pluto era figlio di Demetra e di Iasone, un eroe mortale di cui si innamorò. Zeus, fratello della dea, si adirò per queste nozze con un mortale e fulminò Iasone (Odissea, libro V). Nella mitologia greca Pluto ("il dispensatore della ricchezza") personificava la ricchezza accordata da Demetra e da Core (uno dei nomi di Persefone) a coloro che ne venivano giudicati meritevoli. Aristofane ne fece il protagonista di una commedia in cui asserisce che Zeus lo rese cieco e che per questo elargisse le ricchezze senza riguardo al merito.

 

Figlia di Zeus e di Mnemosine (la memoria), Polimnia era la musa degli inni religiosi in onore degli dei e degli eroi. Secondo alcune tradizioni, presiedeva alla facoltà di imparare e ricordare, in genere attribuita a Mnemosine.

 

In certe versioni dell'assedio di Troia, Polissena è la più giovane delle figlie di Priamo e di Ecuba, Omero però non ne fa menzione. Fu amata da Achille, che Paride riuscì ad uccidere proprio fingendo di volergliela dare in sposa e attirando quindi l'eroe in un tranello. Dopo la caduta della città, l'ombra di Achille reclamò Polissena come vittima espiatoria. Il suo sacrificio doveva permettere alla flotta achea di essere spinta da venti favorevoli. Neottolemo, figlio di Achille, immolò la principessa sulla tomba del padre.

 

Nella religione romana i pontefici erano un collegio di sacerdoti che avevano la sorveglianza e il governo del culto religioso. Il collegio dei pontefici era presieduto dal re, per cui questi sacerdoti stavano accanto al re e lo aiutavano a compiere i doveri dei culti ufficiali dello stato. Ebbero più o meno le stesse funzioni sia durante la repubblica che durante l'impero. Erano i depositari delle tradizioni religiose, sorvegliavano l'osservanza delle feste ufficiali e conoscevano l'astronomia. Il pontefice massimo era il primo fra loro, e nella sua qualità di capo del collegio sacerdotale nominava le vestali, i flamini e il rex sacrorum, cioè il sacerdote al quale erano affidate le funzioni religiose compiute un tempo dai re. Giulio Cesare esercitò le funzioni di pontefice massimo. Gli imperatori che regnarono dopo di lui fecero lo stesso fino all'anno 375 d.C. , quando l'imperatore Graziano declinò tale onore.

 

Ponto era l'antichissimo dio del mare, figlio di Gea. Rimase sempre una figura astratta e non ebbe miti propri. Ricca è invece la mitologia fiorita attorno ai suoi discendenti, fra cui Nereo. Ai nostri occhi il più familiare degli dei marini è Poseidone, ma esiste una grande quantità di divinità del mare che a volte si sovrappongono, si confondono, si intrecciano.

 

Nella religione romana Portuno era la divinità che proteggeva i porti, e certo anche le porte della città. Era un dio molto antico, le cui funzioni esatte non ci sono note. Aveva un proprio flamine e la sua festa ufficiale, detta Portunalia, si celebrava il 17 agosto.

 

Nell'Odissea ( libro IV) Proteo è una divinità minore, un servitore di Poseidone incaricato di vegliare sulle foche di Anfitrite. Egli aveva la facoltà di assumere qualunque forma, ma riprendeva l'aspetto originale se si riusciva a tenerlo fermo. Possedeva anche il dono della profezia ma, geloso delle sue prerogative, si trasformava per evitare di rispondere alle domande che gli venivano poste, in quanto gli era dato rispondere solo sotto la sua forma originale. Quando Menelao, tornando in patria dopo la caduta di Troia, fu bloccato nell'isola di faro, davanti all'Egitto, da una gran bonaccia, la ninfa Idotea, figlia di Proteo, gli consigliò di farsi dire da suo padre come uscire da quella situazione e gli insegnò anche il modo di costringerlo a parlare. Menelao riuscì nell'intento, e Proteo gli rivelò che egli era bloccato nell'isola di Faro perché era partito da Troia troppo precipitosamente, senza aver reso a Zeus gli onori che gli erano dovuti. Dopo aver celebrato i sacrifici rituali, Menelao poté issare la vela e ritornare in patria.

 

Protesilao era uno dei capi achei alla guerra di Troia. Fa una breve apparizione nell'Iliade (libro II), dove fu il primo eroe ucciso mettendo piede sul suolo troiano. Sembra che Protesilao non avesse celebrato tutti i sacrifici dovuti agli dei prima di far costruire la sua casa nuziale. Così avrebbe perso la protezione divina nel momento in cui partì per la guerra dopo il suo matrimonio con Laodamia. Questa, alla morte di Protesilao, lo pianse tanto che gli dei fecero rivivere il suo sposo per tre ore, dopo le quali Laodamia si uccise fra le sue braccia.

 

Ogni assassino, volontario o involontario, era colpevole non solo di un delitto ma anche di una profanazione religiosa, che diventava sacrilegio se il sangue versato era quello di un membro della stessa famiglia. Gli assassini venivano banditi dalla loro città, non avevano più il diritto di entrare in un tempio e, perseguitati dalle Erinni dai capelli intrecciati di vipere e dagli occhi che piangevano lacrime di sangue, venivano colti spesso da pazzia. Il loro esilio durava finché non venivano purificati dal loro delitto o da un sacerdote (Carmanore purificò Apollo dopo l'assassinio di Pitone) o da un re (Adrasto purificò Tideo dopo l'assassinio del fratello) o da una maga (Circe purificò Giasone e Medea dopo l'assassinio di Apsirto) o da un dio (Apollo purificò Oreste dopo l'assassinio della madre Clitennestra). I riti di purificazione, che generalmente erano tenuti segreti, si celebravano o sull'altare domestico mediante aspersione simbolica, o in riva al mare o ad un fiume, nelle cui acque il colpevole veniva immerso.