E' il più importante dei sette colli di Roma, quello dove si insediarono le prime colonie. Nell'Eneide (libro VIII) il dio fluviale Tiberino appare ad Enea e gli dichiara che troverà un alleato in Evandro, la cui città si erge sul Palatino. Il nome di questo colle deriva forse da quello di Pale, una divinità dei pastori della più antica religione romana, o da quello di palude, con evidente riferimento al terreno acquitrinoso che si trovava fra il Palatino ed il Tevere.

 

Nella religione romana Pale era una divinità rustica protettrice della terra, ora maschile ora femminile. Il 21 aprile si celebravano le Palilie, feste di purificazione delle greggi, accompagnate da preghiere che ne chiedevano la crescita nelle stagioni future. Queste feste risalivano verosimilmente al tempo in cui Roma non era ancora la prima potenza in Italia.

 

Il Palladio era la statua in legno di Pallade Atena, scolpita dalla dea stessa, la quale garantiva la sicurezza della città che l'accoglieva. Quando i greci seppero che non sarebbe stato possibile prendere Troia finché vi veniva onorato il Palladio, Ulisse e Diomede decisero di impadronirsene con l'astuzia. Travestiti da mendicanti, essi scalarono le mura della cittadella in una notte senza luna e presero l'immagine della dea, che portarono nel loro accampamento. Certe tradizioni assicurano che si trattava soltanto di una copia, e che il vero Palladio fu portato via da Enea dopo l'incendio di Troia.

 

Pallante è il nome di diversi personaggi della mitologia classica. Nessuno di essi, eccezion fatta per il figlio di Evandro, rientra in un mito importante. Si possono citare fra gli altri il gigante Pallante, ucciso da Atena durante la lotta degli dei contro i giganti,  un titano fratello di Astreo e di Perseo e un eroe dell'Attica, padre di cinquanta Pallantidi sterminati da Teseo.

 

Quando Zeus si sdegnò con Prometeo, che aveva formato l'uomo e che per animarlo aveva rubato il fuoco dal cielo, diede ordine ad Efesto di fare una donna. Gli dei dotarono questa creatura, Pandora, di tutte le seduzioni morali e fisiche. Ermes le diede invece l'astuzia e la curiosità. Gli dei le affidarono poi un vaso, da non aprire mai, e la mandarono da Epimeteo, fratello di Prometeo. Nonostante gli avvertimenti del fratello, Epimeteo sposò Pandora, e questa scoperchiò il vaso, nel quale erano racchiusi tutti i mali del mondo, che pertanto si sparsero sulla terra. In fondo al vaso, rimase solo la speranza. Secondo altre versioni, Zeus offrì a Pandora come regalo di nozze quel vaso che conteneva tutti i beni del mondo. Pandora lo aprì, e tutti i beni ritornarono sull'Olimpo invece di restare fra i mortali.

 

Nella religione romana le Parentalia si celebravano dal 13 al 22 febbraio in onore dei morti, con offerte di sacrifici. Durante queste feste i templi erano chiusi e non aveva luogo nessun matrimonio. Il 22 febbraio era consacrato ad una cerimonia di riunione e al culto dei Lares Familiares.

 

Figlia del Sole, Elio, e della oceanina Perseide, Pasifae era sorella di Eete e di Circe e sposa di Minosse, re di Creta. Poseidone aveva dato a Minosse un toro nato dal mare. Il re si impegnò a sacrificarglielo ma non tenne fede alla promessa. Per vendicarsi, Poseidone ispirò a Pasifae una passione irresistibile per il toro. Da quell'amore nacque il Minotauro. Questo mostro fu imprigionato nel labirinto edificato da Dedalo, dove venne ucciso da Teseo, figlio di Poseidone. Dal matrimonio con Minosse, Pasifae ebbe otto figli, tra cui Androgeo, Arianna e Fedra.

 

Nella religione romana i Penati tutelavano la conservazione della famiglia e, come i Lari, erano venerati nelle case e non nei templi. Esistevano anche i Penati pubblici, che si riteneva fossero stati portati a Roma da Enea. Queste divinità ufficiali vegliavano sullo Stato romano : era davanti a loro che i magistrati della città prestavano giuramento.

 

Il grande poeta lirici della Grecia antica nacque vicino a Tebe nel 518 a.C. dalla nobile famiglia degli Egidi. Adolescente, andò ad Atene che, sotto l'influenza di Pisistrato e della sua famiglia, era diventata un importante centro intellettuale. Qui Pindaro incontrò Eschilo. Poi soggiornò per qualche tempo nell'isola di Egina. Pindaro aveva solo venti anni quando una famiglia della nobiltà tessala lo incaricò di scrivere un'ode in onore di uno dei suoi figli, vincitore di una gara di corsa dei giochi pitici (che si disputavano a Delfi). A questa data risale la sua celebrità. Da tutta la Grecia gli venivano commissionate odi in onore di atleti, ma l'opera di Pindaro non si limita a questa poesia di circostanza. Le sue odi trionfali (Olimpiche, Pitiche, Nemee, Istmiche) cantano con immagini ardite le vittorie dei principi ai giochi o alla guerra. Non manca la riflessione morale, e ciò giustifica la grande fama che egli ebbe da vivo. Ammirato da tutti, fu citato come un classico subito dopo la sua morte, avvenuta nel 438 a.C. Aveva allora 80 anni. Quando Alessandro distrusse Tebe nel 335 a.C. , ordinò che la casa di Pindaro venisse risparmiata.

 

La leggenda di Piramo e Tisbe è di origine babilonese. Ovidio ce la racconta nelle Metamorfosi. Piramo amava Tisbe, una fanciulla che viveva nella casa vicina alla sua nella città di Babilonia. Avversati nel loro amore dai rispettivi genitori, i due giovani si davano fuggevoli appuntamenti in luoghi appartati. Uno di questi fu fissato fuori della città, sulla tomba di Ninos, dove si trovava un gelso, le cui bacche bianche strapiombavano su una fonte. Tisbe arrivò per prima. Mentre aspettava, si avvicinò una leonessa, con le fauci sporche del sangue della preda che aveva appena divorato. Spaventata, Tisbe si rifugiò in una grotta vicina, lasciando cadere a terra durante la corsa il proprio velo. La leonessa bevve alla fonte, poi, scorgendo il velo di Tisbe, lo lacerò con gli artigli ancora sporchi di sangue prima di ritornarsene nella foresta. Scoprendo le impronte della belva e il velo di Tisbe lacerato e macchiato di sangue, Piramo immaginò che la fanciulla fosse stata assalita e uccisa da una bestia feroce. Straziato dal dolore, si trafisse con la propria spada ed il suo sangue schizzò sulle bacche del gelso. Quando più tardi Tisbe tornò e trovò il cadavere di Piramo, si trafisse anche lei con la spada del giovane, e da quel giorno i frutti del gelso sono di color rosso porpora per ricordare il sacrificio di quei due amanti.