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Libro VI
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Nausicaa gioca a palla con le sue compagne dopo aver lavato i panni nelle acque del fiume. |
Nell'isola di Scheria la principessa Nausicaa, la graziosa figlia del re Alcinoo, scende verso la spiaggia con le sue ancelle su un carro leggero carico si panni del palazzo. Giunte sulla sponda di un fiume dalle acque impetuose, le fanciulle lavano i panni, poi vanno a stenderli sul greto per farli asciugare al sole. Il rumore dei loro passi sveglia Ulisse. Le fanciulle fanno colazione, poi giocano a palla. Ulisse, che non si è ancora ripreso del tutto dalle sue emozioni, crede di vedere un gruppo di ninfe. Chiunque esse siano, pensa l'eroe, è meglio farsi vedere e si fa avanti. Spaventate alla vista di quello straniero, le fanciulle fuggono. Anche Nausicaa rimane sorpresa, certo, ma lei è la figlia di un re, e si rivolge ad Ulisse. Questi le risponde come se si trovasse dinnanzi alla dea Artemide in persona. Nausicaa ha pietà di lui e richiama le ancelle. Queste gli danno da mangiare e gli trovano una tunica e un mantello, quindi gli danno dell'olio finissimo. Nausicaa e le sue ancelle rimettono la biancheria nel carro e si preparano a rientrare in città. Nausicaa chiede ad Ulisse di seguirle a una certa distanza, poiché, essendo lei l'unica figlia del re, la gente potrebbe malignare vedendoli assieme. Egli arriva dunque solo a Scheria al palazzo del re dei feaci, Alcinoo, e della sua sposa, la regina Arete. |
Libro VII
Ulisse viene ricevuto con cortesia e con generosità dai suoi ospiti, ai quali non rivela però il proprio nome. Egli ammira la ricchezza e la prosperità della loro isola, e racconta al re e alla regina le sue avventure : come la bella Calipso l'abbia tenuto prigioniero, come egli abbia potuto lasciare l'isola di Ogigia, come la tempesta scatenata da Poseidone abbia fatto affondare la sua zattera, come il velo di Leucotea l'abbia salvato da sicura morte. Alcinoo promette di dare a questo viaggiatore smarrito una nave per riportarlo in patria, per quanto lontana essa possa essere, perché i feaci sono abili marinai.
Libro VIII
Una nave con equipaggio di volontari viene messa a disposizione di Ulisse. Atena infatti aveva attraversato la città, annunciando che il nuovo amico del re era così forte e bello da far pensare ad un dio. La sera, al palazzo, il rapsodo cieco Demodoco canta le gesta degli eroi davanti a Troia. Ulisse non riesce a nascondere la propria emozione e il proprio dolore. Vedendo lo stato di angoscia dell'ospite, Alcinoo lo prega di raccontare tutte le sue avventure.
Libro IX
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Ulisse rivela la propria identità ai feaci, i quali capiscono allora perché il canto di Demodoco abbia sconvolto a tal punto l'ospite straniero. Il racconto di Ulisse prende le mosse dalla partenza da Troia delle sue dodici navi, con le quali l'eroe e i suoi compagni si dirigono innanzi tutto verso il paese dei ciconi (una tribù della Tracia orientale), per cercare le provviste necessarie per il viaggio di ritorno. Gli achei mettono a sacco la città di Ismaro, i cui abitanti si sono rifugiati sulla montagna. Ulisse dice ai suoi uomini di affrettarsi, ma essi si attardano a bere ed a gozzovigliare. Intanto i ciconi si sono radunati, e il loro esercito si scaglia sugli achei, che sono costretti a fuggire. Essi mettono la prua a sud, con l'intento di virare all'altezza di capo Malea e di risalire quindi verso Itaca. ma un violento vento di settentrione li spinge oltre capo Malea, fino all'isola di Citera. |
Nausicaa e le sue ancelle vedono Ulisse uscire da un cespuglio completamente nudo. |
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Il re dei feaci e sua figlia ricevono Ulisse. Nella Grecia antica l'ospitalità era un dovere sacro al quale nessuno avrebbe mai pensato di sottrarsi. |
Ulisse e i suoi uomini rimangono in mare ancora nove giorni e poi approdano in Libia nel paese dei lotofagi, i cui abitanti si nutrono unicamente dei frutti del loto. Alcuni compagni di Ulisse mangiano questo frutto e perdono ogni ricordo del loro passato e delle loro case e ogni preoccupazione per l'avvenire : non desiderano altro che restare nel paese dei lotofagi e nutrirsi di loti. Allarmato da questo atteggiamento, Ulisse ordina al resto dei suoi uomini di ricondurre a bordo con forza i loro compagni, che vengono incatenati sulle rispettive navi. Le navi raggiungono un gruppo di isole fertili, nelle quali c'é abbondanza di acqua dolce, si vedono molte capre selvatiche, ma non vi abita un solo essere umano. Vedendo a una certa distanza un'isola più importante, Ulisse decide di raggiungerla. A tale scopo si imbarca con dodici uomini e si porta dietro un otre pieno di vino di Ismaro, un vino tanto forte quanto dolce. Quell'isola è ricca di prati lussureggianti su cui pascolano grassi armenti.In una caverna gli uomini scoprono alcuni recinti tenuti in maniera perfetta nei quali sono racchiuse delle pecore. Lungo i muri si allineano delle scansie piene di formaggi. I marinai si sentono a disagio, vorrebbero prendere qualche forma di formaggio e andarsene, ma Ulisse è curioso di vedere chi sia il pastore di quegli armenti. |
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Perciò si nascondono tutti nella caverna e nell'attesa si nutrono di un agnello trovato in un vicino recinto. Scesa la sera, Ulisse e i suoi uomini vedono entrare nella caverna un gigante, con un solo occhio in mezzo alla fronte, che spinge davanti a sé un gregge di pecore e porta sulle spalle pesanti tronchi di pino. E' un ciclope. Egli chiude la caverna con un macigno enorme e accende un fuoco. Le fiamme illuminano Ulisse e i suoi compagni. L'eroe cerca di rispondere con calma alle domande del ciclope, perché è consapevole del pericolo che corre. Invoca Zeus, dio dei viaggiatori e protettore degli stranieri, e ricorda al ciclope le leggi dell'ospitalità. Senza parlare del resto della sua flotta, racconta al gigante che la loro nave è stata fatta in pezzi da Poseidone. Il ciclope ascolta Ulisse e gli dichiara di infischiarsene di Zeus e degli dei. Ciò detto, afferra un marinaio in ciascuna mano e, mentre gli altri lo guardano inorriditi, spacca loro il cervello contro un muro e li divora uno dopo l'altro. Nel corso della notte Ulisse è tentato di uccidere con un colpo di spada il gigante addormentato, ma in tal caso lui e i suoi amici si troverebbero rinchiusi per sempre nella caverna, perché non sono in grado di spostare il macigno che blocca l'entrata. La mattina dopo, il ciclope divora altri due marinai, poi esce dal suo antro per portare gli animali al pascolo, rimettendo a posto con cura il macigno che blocca l'ingresso della caverna. Durante la sua assenza, Ulisse escogita un audace piano di evasione. Il ciclope ha lasciato nella caverna un enorme tronco di ulivo. L'eroe e i suoi compagni lo appuntiscono, e quando la sua punta è ben aguzza la induriscono nelle braci del fuoco che cova sotto la cenere. Al calar del sole il ciclope ritorna e divora altri due uomini. Ulisse gli si avvicina con una ciotola di vino di Ismaro. Il gigante lo assaggia, poi lo tracanna golosamente e ne reclama dell'altro. |
Ulisse offre a Polifemo una coppa di vino che lo ubriacherà. |
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Quindi chiede a Ulisse quale sia il suo nome per poterlo ringraziare degnamente per quel vino delizioso. Offrendogliene un'altra ciotola, Ulisse gli dice di chiamarsi Nessuno. Con la mente già annebbiata dal vino, il ciclope dichiara che ricompenserà Nessuno divorandolo per ultimo. Poi cade a terra. Ulisse ed i suoi compagni rendono allora incandescente la punta del tronco, quindi la conficcano violentemente nell'unico occhio del ciclope. Le urla di dolore del gigante fanno tremare le pareti della caverna. Ulisse ed i suoi compagni si rifugiano tremanti lontano dal mostro accecato, chiedendosi in che modo questi reagirà. Alle sue grida, gli altri ciclopi che vivono nei dintorni accorrono e chiedono a Polifemo, di cui Ulisse viene così a conoscerne il nome, per quale ragione turbi quella notte tranquilla. Con voce rotta dal dolore, Polifemo risponde che Nessuno voleva ucciderlo. I ciclopi ribattono che se nessuno gli ha fatto del male, saranno stati certamente gli dei a punirlo, e in tal caso loro non possono far niente per aiutarlo. All'alba Polifemo apre l'entrata della caverna per portare il suo gregge al pascolo. Ulisse e i suoi amici riescono ad aggrapparsi così bene sotto il ventre delle pecore, che le mani del gigante cieco, pur tastando il dorso degli animali via via che questi escono dalla caverna, non riescono a scoprirne la presenza. Una volta al sicuro a bordo della sua nave, Ulisse chiama con alte grida il ciclope e gli rivela il suo vero nome. Basandosi sulla direzione da cui arriva la voce, Polifemo gli lancia addosso enormi macigni e manca di poco la nave. Allora lancia ad Ulisse un solenne avvertimento : poiché i ciclopi sono figli di Poseidone, il dio del mare sentirà il lamento di Polifemo. Il mare sarà eternamente nemico di Ulisse.
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