
Nelle credenze religiose romane, i Mani erano le anime dei trapassati. In origine le anime dei morti formavano un'entità unica, considerata con timore : le anime dei trapassati non muoiono, ma vivono per vendicare l'ingiustizia. Collettivamente, erano venerati sotto l'appellativo di Di Manes. Più tardi l'uso delle cripte di famiglia si generalizzò, e il culto dei morti si personalizzò. I Di Manes si identificarono allora con le anime degli antenati. Poi la parola "mani" si riferì solo ad anime singole. Parallelamente, e sotto l'influsso delle idee greche, i Di Manes collettivi arrivarono ad identificarsi con le divinità degli inferi : Dis, Proserpina ed Ecate. Nelle città romane veniva scavato un pozzo, il mundus, che simboleggiava la dimora di queste tre divinità. Tre volte l'anno la pietra che lo ricopriva veniva sollevata per permettere alle divinità del mondo sotterraneo di venire sulla terra.
Figlia di Zeus e di Mnemosine (la memoria), Melpomene è la musa della tragedia. Amata dal dio fluviale Acheloo, Melpomene sarebbe, secondo alcuni, la madre delle sirene, esseri favolosi rappresentati con testa di donna e corpo di uccello (secondo alcune versioni con corpo di pesce), la cui voce seducente attirava i marinai per farli morire. Altri ne fanno la madre del musico Tamiri.
Figlio di Titone, fratello del re Priamo, e di Eos (l'aurora), Memnone divenne re dell'Etiopia. Durante la guerra di Troia fu alleato di suo zio. Uccise Antiloco, figlio di Nestore, e fu ucciso a sua volta da Achille quando questi riprese la battaglia dopo la morte di Patroclo. Omero parla delle sue avventure nell'Odissea (libri III e IV).
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Le Metamorfosi, l'opera più famosa del poeta latino Ovidio, formano una raccolta di quindici volumi che raccontano tutte le leggende della mitologia. Esse risalgono al primo secolo a.C. Il loro titolo rievoca la trasformazione del Caos in un universo organizzato, un tema che si rinnova di frequente nei miti narrati all'inizio dell'opera. L'autore delle Metamorfosi non ha altra ambizione se non quella di narrarci delle belle storie. Ne risulta una grande varietà di racconti affascinanti, abbelliti da uno stile leggero e sentimentale, in cui i miti greci e romani si trovano frammisti a leggende babilonesi.
Secondo Esiodo la prima sposa di Zeus fu Metide, personificazione della prudenza, la più saggia di tutti gli dei e di tutti i mortali. Quando Metide fu incinta, Urano e Gea consigliarono a Zeus di ingoiarla, perché c'era il rischio che mettesse al mondo un figlio che l'avrebbe detronizzato, in quanto avrebbe unito in sé la saggezza della madre e la potenza del padre. Seguendo il loro consiglio, Zeus la divorò, dopo di che fu lui stesso a dare alla luce una figlia, Atena, la quale uscì tutta armata dalla testa del padre.
Ai primissimi abitanti della Grecia viene dato spesso il nome di "Pelasgi", che significa "popolo del mare". Venivano dal Medio Oriente ? Erano nati su quello stesso suolo ? Comunque sia, essi furono cacciati verso sud dagli invasori scesi dal nord nel corso delle grandi migrazioni che a ondate successive occuparono la penisola greca e si sparsero nelle isole dell'arcipelago. I nuovi abitanti arrivati fra il 3200 e il 2800 a.C. , portarono con sé la lingua indoeuropea che, fondendosi coi dialetti cretesi, originò la lingua greca.
Discendente dell'eroe Mirmidone, figlio di Zeus, il popolo che portava il suo nome (che significa "formica") era originario dell'isola di Egina. I mirmidoni si stabilirono in seguito nella Tessaglia, dove Achille divenne il loro re. A bordo di cinquanta navi essi lo seguirono fino a Troia, dove combatterono valorosamente ai suoi ordini ed a quelli di Patroclo.
L'idea che il destino di ogni essere umano è già segnato e dominato da forze che lo soverchiano è vecchia quanto l'umanità stessa. Per indicare queste forze i greci si servivano di parecchi termini, come demone o destino, ma ricorrevano soprattutto a metafore basate sul concetto del "filo" della vita. E' così che nella più antica personificazione della letteratura greca, Esiodo menziona le tre filatrici, le Klothes. Del resto Esiodo fu il primo a dare un nome e ad assegnare un compito particolare ad ognuna delle tre sorelle. Cloto filava lo stame della vita, Lachesi distribuiva a ciascuno la parte del filo che gli spettava in sorte e Atropo lo tagliava all'ora prestabilita. Le Moire erano figlie di Zeus e di Temi. Tuttavia Pindaro, in un poema di epoca più tarda, ne fece le ancelle di Temi al suo matrimonio con Zeus. Esse agivano spesso contro la volontà di Zeus, ma tutti gli dei erano tenuti all'obbedienza nei loro confronti, perché l'esistenza stessa delle Moire garantiva il buon ordine dell'universo, al quale anche gli dei erano soggetti.
Secondo Esiodo, Momo era la personificazione del sarcasmo, figlio della Notte.
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Nella mitologia greca Mopso era il nome di due indovini. Uno prese parte alla spedizione degli argonauti e morì per il morso di un serpente durante il viaggio di ritorno (Argonautiche, libro IV). L'altro era figlia di Manto, figlia a sua volta di un indovino, Tiresia. Mopso era addetto all'oracolo di Apollo a Claro. Quando Calcante, l'indovino degli achei, si recò a Claro dopo la caduta di Troia, incontrò Mopso e venne con lui a gara di profezie. Mopso superò Calcante che dal dolore ne morì.
Stando ad Esiodo, i sogni erano figli della Notte. L'idea di una divinità dei sogni è di epoca più tarda e generalmente viene attribuita al poeta Ovidio, che diede un nome ai tre figli di Ipno, il sonno : Morfeo, Phobetor e Phantasos, che mandavano rispettivamente i sogni popolati di forme umane, di animali e di oggetti inanimati. Morfeo era raffigurato con grandi ali che battevano silenziosamente.