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Io era una principessa di Argo, figlia del dio fluviale Inaco. Quando Era e Poseidone si erano contesi il possesso di quella regione, Inaco era stato uno degli arbitri della vertenza. Egli aveva deciso a favore di Era, alla quale aveva eretto un tempio, e sua figlia Io era diventata una delle sacerdotesse della dea. Io era così bella che Zeus si innamorò di lei. Per stornare i sospetti di Era, il re dell'Olimpo copriva con una nube dorata la valle di Argo ogni volta che andava a trovare la fanciulla. Ma la gelosa Era se ne accorse e fece dissipare la nube. A Zeus rimase solo il tempo di trasformare Io in una bella giovenca bianca prima dell'arrivo della dea, la quale ammirò quel grazioso animale e chiese a Zeus di fargliene dono. Zeus non poté rifiutare, ed Era condusse con sé la sventurata Io con una cavezza al collo fino a Micene. Qui la custodì Argo dai cento occhi, legata ad un olivo. Zeus chiese allora ad Ermes di liberare Io e di riportargliela.
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Ermes sapeva che Argo non dormiva mai completamente, perché cinquanta dei suoi cento occhi rimanevano sempre aperti, ma riuscì a incantarlo col suono del suo flauto divino. Incapace di resistere, il mostro si addormentò, ed Ermes gli mozzò la testa. Poi liberò Io dalle catene. Ma Era aveva visto quello che era successo e mandò ad Io un tafano furioso che si accanì sulla sventurata giovenca che, resa folle dalle punture dell'insetto, percorse tutta la Grecia per sfuggirgli. Attraversò lo stretto che separa l'Europa dall'Asia, ed è proprio in ricordo del suo passaggio il Bosforo (il guado della giovenca) fu chiamato così. Proseguendo il cammino, Io, se vogliamo credere ad Eschilo, arrivò ai piedi del monte Caucaso, dove incontrò Prometeo incatenato. Questi le predisse la fine delle sue disgrazie e il suo arrivo in Egitto, dove sarebbe nato il figlio che le aveva dato Zeus : Epafo. Io riacquistò allora la sembianza umana, e in ricordo della sua metamorfosi portò un diadema ornato di due piccole corna d'oro. |