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Galatea era ninfa del mare cui Omero fa cenno nell'Iliade (libro XVIII), ma i miti che narrano i suoi amori con Aci sono posteriori. Essi costituivano uno dei temi preferiti dei poeti bucolici greci di Sicilia. Il ciclope Polifemo si innamorò di lei, ma Galatea non poté corrispondergli perché amava Aci, il bel giovane che secondo Ovidio era figlio di Fauno e secondo le versioni più antiche, era figlio di Pan. Un giorno, mentre cantava la propria passione per la ninfa, il ciclope scorse Galatea fra le braccia di Aci. Folle d'ira, Polifemo si mise a correre per raggiungerli. Galatea riuscì a sfuggirgli tuffandosi in mare, ma, Aci fu preso in pieno da un pezzo di roccia gettatogli dal ciclope. Galatea allora lo trasformò in un fiume, che porta il suo nome.
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Galatea era la statua a cui Venere diede la vita, trasformandola in donna. Pigmalione, re di Cipro, scandalizzato dalla cattiva condotta delle donne del suo regno, scolpì una statua d'avorio che rappresentava una fanciulla di incomparabile bellezza. Poi, innamoratosi di quell'immagine scolpita, implorò Venere di accordargli come sposa una fanciulla che assomigliasse a quella statua. Commossa da questa preghiera, Venere gli fece segno di aver ricevuto il messaggio. Tornato in fretta al suo palazzo, Pigmalione strinse la statua fra le braccia e la sentì prendere vita sotto la sua stretta. Questa leggenda, analogamente a quella della ninfa marina Galatea, è nota soprattutto nella versione tramandata da Ovidio nelle Metamorfosi.