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Le dodici fatiche di Eracle.
Le dodici fatiche sono le imprese che Eracle compì per ordine di Euristeo.
Ia fatica Il leone di Nemea
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Il leone di Nemea era un animale gigantesco, figlio della dea della luna, Selene. Quando nacque, sua madre, inorridita, lo gettò sulla terra, dove egli cadde vicino alla città di Nemea nell'Argolide, e si insediò in una grotta con due uscite. Lì Selene lo abbandonò. ma gli abitanti della regione dimenticarono di offrirle un sacrificio e la dea, irritata, mise in libertà il leone, che devastò il paese e incominciò a divorarne gli abitanti. Nessun'arma poteva ferirlo. Eracle prima bloccò una delle due uscite della sua tana, poi si gettò addosso all'animale, lo colpì con la sua clava e lo finì strozzandolo. Dopo di che lo spogliò della sua pelle, servendosi per lacerarla di un artiglio del leone stesso, e la portò al re Euristeo. |
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IIa fatica L'Idra di Lerna
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Figlia di Tifone e di Echidna, l'idra era un serpente mostruoso con nove teste, di cui una immortale. Questo mostro fu allevato da Era con la speranza che la liberasse da Eracle. Lerna si trovava vicino al mare, a circa otto chilometri dalla città di Argo. In seguito un santuario consacrato a Dioniso e a Demetra doveva rendere celebre questo borgo. All'epoca in cui Eracle era schiavo di Euristeo, l'idra viveva in un boschetto di platani nei pressi della sorgente del fiume Amimone e frequentava le paludi limitrofe. Per questa impresa Eracle chiese l'aiuto del nipote Iolao. Egli cercò dapprima di far uscire il mostro a nove teste lanciandogli nella tana delle frecce infuocate. Ma Era intervenne, mandando un granchio gigantesco che morse Eracle al tallone. L'eroe ne schiacciò il carapace e l'uccise. L'idra emerse allora dalla palude e si gettò addosso a Eracle. Dalle sue bocche usciva un alito pestilenziale. L'eroe le tagliò le teste una dopo l'altra, ma al posto di ogni testa tagliata ne rinascevano due. Fu necessario ricorrere all'aiuto di Iolao, il quale consumò quasi un bosco per bruciare con tizzoni ardenti le ferite del serpente perché non vi crescessero nuove teste. I due eroi riuscirono così a disfarsi di otto teste. Rimaneva la nona, la testa centrale, quella immortale. Eracle la recise e la seppellì sotto terra a grande profondità. ma prima di lasciare Lerna l'eroe immerse le sue frecce nel sangue del mostro in modo da rendere mortali le loro ferite. |
IIIa fatica Il cinghiale di Erimanto
La terza fatica di Eracle fu quella di catturare vivo il mostruoso cinghiale che viveva sulle pendici boscose del monte Erimanto, in Arcadia, che terrorizzava la regione. L'eroe riuscì a spingere il mostro in mezzo alla neve alta che copriva la cima della montagna. Quando l'animale non poté più correre, Eracle gli saltò sul dorso e gli incatenò le zampe. Poi lo prese in spalla e lo portò ad Argo per dimostrare ad Euristeo il successo della sua impresa. Quando vide il cinghiale dibattersi nelle sue catene mugghiando furiosamente, il re fu preso da tanta paura che corse a rifugiarsi in una giara di bronzo, da cui non volle uscire finché Eracle non portò via la sua preda.
IVa fatica La cerva di Cerinea
Quella di Cerinea era una delle cinque cerve che Artemide aveva scoperto nella Tessaglia : quattro erano state attaccate dalla dea al proprio carro, mentre la quinta era riuscita a fuggire e si era rifugiata sul monte Cerinea. Essa aveva gli zoccoli di bronzo e le corna d'oro. Era un animale consacrato ad Artemide, per cui Eracle ebbe l'ordine di prenderla viva e di portarla ad Argo senza farle alcun male. L'eroe inseguì la cerva finché questa, esausta, si abbatté al suolo. Poi, portandola sulle spalle, si mise in cammino per Argo. Lungo la strada incontrò Artemide, che furiosa, gli chiese cosa mai stesse facendo con quella cerva. Eracle rispose che stava eseguendo gli ordini di Euristeo. Artemide allora gli permise di proseguire il cammino, purché liberasse la cerva dopo averla mostrata ad Euristeo come prova del successo della sua impresa.
Va fatica Gli uccelli del lago Stinfalo
I boschi che circondavano il lago Stinfalo in Arcadia erano rifugio di uccelli voraci e chiassosi, che devastavano i raccolti e perseguitavano gli abitanti della regione. Solo con l'aiuto di Atena, Eracle riuscì a compiere quest'impresa. La dea infatti diede all'eroe delle nacchere di bronzo. Eracle si appostò sul monte Cilene, che dominava il lago Stinfalo, e suonò i suoi strumenti. Quel rumore sconosciuto ed assordante spaventò gli uccelli, che si alzarono in volo terrorizzati. Eracle ricominciò, e gli uccelli presero a fuggire in tutte le direzioni, scontrandosi fra loro per il panico. L'eroe continuò a far risuonare le sue nacchere finché l'ultimo uccello non fu scomparso all'orizzonte.
VIa fatica Le stalle di Augia
Augia, re dell'Elide, possedeva numerosissimi armenti che aveva ricevuto da Elio, suo padre. Per via di quest'origine divina il suo bestiame era al riparo da ogni malattia. Augia aveva trascurato di far pulire le sue stalle e le sue scuderie, e il letame che si accumulava impestava i dintorni, mentre nugoli di mosche oscuravano il cielo. Per la sua sesta impresa, Euristeo ordinò a Eracle di pulire le stalle di Augia in un solo giorno. Eracle abbatté le pareti che circondavano le fondamenta dell'edificio e vi fece affluire l'acqua di un fiume, l'Alfeo, di cui aveva provveduto a deviare il corso, così le acque del fiume ripulirono le stalle.
VIIa fatica Il toro di Creta
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Euristeo mandò subito Eracle a Creta, dove un toro enorme errava in libertà, terrorizzando gli abitanti dell'isola e devastando le vigne ed i campi. In certe versioni questo toro con quello che Poseidone fece apparire a Creta e che generò il Minotauro. Il re Minosse offrì ad Eracle il proprio aiuto, ma l'eroe riuscì a catturare il toro da solo e gli fece attraversare il mare per portarlo ad Argo. Euristeo provò per il toro la stessa paura che aveva provato per il cinghiale di Erimanto, e consacrò l'animale ad Era, la dea protettrice di Argo, dopo di che lo liberò. Ma Era non ne fu soddisfatta perché non ignorava che il toro era stato catturato da Eracle. La dea fece uscire da Argo l'animale, che attraversò l'istmo di Corinto e arrivò a Maratona, dove in seguito gli avrebbe dato ancora la caccia Teseo. |
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VIIIa fatica Le cavalle di Diomede
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Diomede, re della Tracia (da non confondere con l'eroe acheo dell'Iliade che porta lo stesso nome), era figlio del dio Ares e della ninfa Cirene. Possedeva due cavalle che si nutrivano di carne umana, generalmente quella dei viandanti che cadevano in suo potere. Eracle ricevette l'incarico di ricondurre quelle cavalle ad Argo. Al suo arrivo in Tracia, Eracle andò alle scuderie di Diomede e immobilizzò i palafrenieri. Poi attaccò le cavalle ad un'unica cavezza e le tirò tutte e quattro fuori dalla scuderia. Gli animali però scalciavano e nitrivano facendo un tale baccano da dare l'allarme. Diomede e le sue guardie accorsero.Il re si gettò addosso all'eroe, che lasciò un attimo le cavalle per abbattere Diomede. Gli animali, vedendo il loro padrone a terra, si gettarono su di lui e lo divorarono. Poi, placati, seguirono Eracle senza ribellarsi fino ad Argo. Dopo la vittoria di Eracle, le terribili cavalle carnivore di Diomede furono lasciate libere sull'Olimpo, dove vennero divorate da altri animali feroci. |
IXa fatica Il cinto della regina delle Amazzoni
All'epoca classica si poteva vedere nel tempio di Era ad Argo il cinto di Ippolita, la regina delle Amazzoni. Le amazzoni erano delle creature leggendarie, e la richiesta di Euristeo a Eracle di portargli il cinto della loro regina, può essere assimilata a certi episodi di racconti popolari, in cui l'eroe deve partire alla ricerca di un talismano posseduto da un popolo straniero. Secondo una versione di questa narrazione Eracle fu amato dalla regina delle amazzoni, così come doveva essere amato più tardi dalla regina della Lidia, Onfale, e il cinto pertanto gli venne dato volontariamente. Un'altra versione attribuisce alla regina il nome di Antiope, mentre una terza versione la chiama Melanippe. Comunque sia, Eracle riuscì ad impadronirsi del cinto. Nel frattempo era scoppiata la guerra fra le amazzoni e gli ateniesi perché il re di questi ultimi, Teseo, era stato alleato di Eracle in quel furto. Teseo catturò Ippolita e la sposò.
Xa fatica I buoi di Gerione
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Il padre di Gerione era Crisaore, il figlio di Medusa e di Poseidone che nacque al momento della morte di Medusa. Sua madre era Calliroe, figlia del titano Oceano. Gerione era un gigante con tre teste. Era l'uomo più forte del mondo, il suo regno si estendeva ai confini dell'occidente e i suoi magnifici buoi di colore rosso scarlatto suscitavano l'invidia di tutti, compreso Euristeo, che incaricò appunto Eracle di rubarli. Eracle si diresse pertanto verso i confini occidentali della terra. Attraversò l'oceano in una grande coppa d'oro datagli da Elio, il dio del sole, e, giunto allo stretto che separa l'Europa dall'Africa, eresse le colonne che portano il suo nome e che sono state identificate con le catene montuose che si ergono da una parte e dall'altra di Gibilterra. Arrivato nel regno di Gerione, l'eroe incominciò con l'uccidere Euritone, il guardiano degli armenti reali. Poi pensò al suo mostruoso cane a due teste, Ortro, che abbatté con un colpo di clava. Alla fine stese al suolo Gerione stesso. Era tentò di venire in aiuto di Gerione, ma si diede alla fuga quando fu raggiunta da una freccia scoccata da Eracle, il quale ammucchiò poi i buoi nella coppa d'oro del sole, si servì della propria pelle di leone come vela e ritornò nell'Argolide senza essere disturbato da nessuno. Qui rese al sole la sua coppa e offrì i buoi a Euristeo. |
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XIa fatica Il cane Cerbero
Euristeo diede a Eracle l'ordine di recarsi nel regno degli inferi e di rubare il temibile Cerbero, che ne custodiva l'accesso. Forse il re desiderava disfarsi dell'eroe, che per altro in questa pericolosa impresa poté godere dell'aiuto di Atena e di Ermes. Quest'ultimo, al quale Zeus aveva affidato il compito di condurre i morti nel mondo sotterraneo, guidò Eracle nel regno di Ade, mentre Atena rimaneva vicino all'eroe per rassicurarlo. Giunto allo Stige, Eracle persuase il cupo Caronte a fargli passare il fiume. Messo piede sulla riva infernale, l'eroe vide avvicinarsi un'ombra. stava già per scoccarle contro una sua freccia, quando Ermes lo dissuase e gli garantì che non aveva niente da temere dai morti. L'ombra era quella di Meleagro, la cui triste fine commosse Eracle, che gli promise di sposare in appresso sua sorella Deianira.
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Alla fine l'eroe incontrò Ade in persona. Il signore degli inferi gli rifiutò il passaggio. I due incominciarono a battersi. Eracle ebbe la meglio e Ade cadde a terra alle soglie del suo regno. Egli allora autorizzò Eracle ad impadronirsi di Cerbero, servendosi però delle sole mani. Eracle afferrò quindi il cane mostruoso per il collo e lo strinse alla gola finché quello si arrese. L'animale cercò ancora di colpire l'eroe con la coda, che terminava con un dardo, dopo di che, visto che Eracle non mollava la presa, si lasciò incatenare. Atena si teneva pronta a riportare di nuovo l'eroe sull'altra sponda dello Stige e si mise personalmente ai remi. Euristeo rimase così sorpreso nel vedere ritornare Eracle vivo col mostro dalle tre teste terrificanti, che provò una paura atroce e si rifugiò quindi una volta in più nella giara di bronzo, il suo nascondiglio prediletto. |
XIIa fatica I pomi del giardino delle Esperidi
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In un giardino situato nel remoto occidente sul monte Atlante, c'era un melo dai frutti d'oro, dono di Gea ad Era in occasione del suo matrimonio con Zeus. Era lo aveva affidato alla custodia del Titano Atlante e delle sue figlie, le Esperidi, e inoltre aveva messo il drago Ladone a guardia del giardino, di cui i mortali ignoravano l'ubicazione. Per l'ultima delle sue fatiche, Euristeo ordinò a Eracle di portargli quei pomi d'oro. Atlante, che aveva preso parte alla rivolta dei titani contro gli dei dell'Olimpo, era stato costretto per punizione a sostenere sulle spalle la volta del cielo. Quanto alle Esperidi e al drago Ladone, essi montavano sempre la guardia davanti all'albero magico. |
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Eracle dovette prima di tutto scoprire il posto dove si trovava il giardino, e chiese a Nereo, il vecchio dio del mare, di indicarglielo. Nereo rifiutò di rispondergli col pretesto che Eracle era un semplice mortale. L'eroe afferrò allora il dio e gli dichiarò che non l'avrebbe lasciato finché non avesse avuto l'informazione richiesta. Infine Nereo cedette, ma consigliò a Eracle di chiedere ad Atlante di prendere lui stesso i pomi d'oro. L'eroe si mise in cammino e pregò Atlante di prendere lui al suo posto i pomi d'oro. Atlante replicò che aveva paura del drago. Eracle allora si munì del suo arco e con una freccia ben assestata uccise Ladone, pur essendo convinto che Era gli avrebbe serbato rancore per quell'uccisione. Quindi accettò di alleviare Atlante del suo peso, mentre il gigante andava a raccogliere i pomi d'oro. Atlante ne prese tre, ma al ritorno non sembrava disposto a riprendere sulle spalle il peso del cielo. Preferiva andare lui stesso ad Argo con i pomi, mentre Eracle avrebbe continuato a sostituirlo. La proposta non piacque all'eroe, il quale era sicuro che Atlante non sarebbe più tornato indietro. Ma finse di accettare e chiese ad Atlante di riprendere il suo posto per un attimo, solo il tempo di aggiustarsi più comodamente sulle spalle la sua pelle di leone. Atlante appoggiò a terra i pomi d'oro, e l'eroe rimise la volta del cielo sulle spalle del gigante. Poi raccolse i tre pomi d'oro e fuggì il più rapidamente possibile. Quando però diede i frutti ad Euristeo, questi non volle tenerli e li rese ad Eracle. L'eroe li diede ad Atena, che si affretto a rimetterli nel giardino di Era. La dea però non era disposta a perdonare : Eracle le aveva ucciso il drago e spogliato il giardino. Secondo alcune versioni della leggenda di Eracle, Era irritata fece impazzire l'eroe dopo il compimento delle dodici fatiche. |