Poema epico scritto da Virgilio nel 29-19 a.C. , che narra l'arrivo dell'eroe troiano Enea nel Lazio e la storia della fondazione di Roma.

Libro I

Libro II Libro III Libro IV Libro V Libro VI
Libro VII Libro VIII Libro IX Libro X Libro XI Libro XII

 

Libro I.

Enea e i suoi compagni sono fuggiti da Troia, facendo vela verso ovest. Dopo sette anni di avventure, sono approdati in Sicilia. La dea Giunone, che durante la guerra di Troia aveva favorito i greci, tenta allora di far affondare le venti navi che compongono la piccola flotta di Enea, rivolgendosi a Eolo, dio dei venti. Una spaventosa tempesta per poco non manda a picco tutte le imbarcazioni, ma Nettuno, riconoscendo le qualità di Enea, calma i flutti e permette all'eroe di approdare infine in Libia con i superstiti. Venere, madre di Enea, va allora dal figlio e lo informa che si trova nel regno dei Fenici. Non lontano da li c'è Cartagine, la città su cui regna Didone, già regina di Tiro, da dove ha dovuto fuggire dopo l'assassinio del marito. Per contrastare i piani di Giunone, Venere suscita in Didone l'amore per Enea.

Libro II.

Sedotta dal bel troiano, Didone lo invita nel palazzo, dove dà una festa in suo onore. Quindi gli chiede di raccontare le sue avventure. Enea descrive allora alla regina come i greci costruissero un immenso cavallo di legno, che abbandonarono alle porte della città di Troia. Vedendo le spiagge deserte e le navi greche allontanarsi, i troiani furono presi da curiosità per quel cavallo. Laocoonte, sacerdote di Nettuno, consigliò loro di non fidarsi: << Temo i greci e i loro doni >> dichiarò, ma invano. Ugualmente inascoltati rimasero gli avvertimenti di Cassandra, la profetessa figlia del re Priamo. Ad un certo momento sopraggiunse un piccolo drappello di troiani che conduceva un prigioniero greco, il quale dichiarò di chiamarsi Sinone e confermò che l'assedio era terminato. Egli spiegò ai troiani che quel cavallo di legno era un offerta alla dea Minerva, che i greci avevano offeso e di cui temevano la collera. Essi speravano che, messo lì, fuori della città, il cavallo avrebbe attirato su di loro la protezione della dea. Se fosse stato portato entro le mura di Troia, i favori di Minerva sarebbero andati ai troiani.

Col padre Anchise sulle spalle, Enea, seguito dal figlioletto Ascanio, abbandona Troia in fiamme. E' l'inizio di un lungo periplo che durerà parecchi anni.

Mentre i troiani ascoltavano Sinone, due grossi serpenti uscirono dal mare e si diressero verso l'altare di Nettuno, dove Laocoonte e i suoi figli stavano celebrando un sacrificio. I serpenti soffocarono il sacerdote e i due fanciulli. Inorriditi, i testimoni di quel dramma si convinsero che Laocoonte era stato punito per la sua empietà, essendosi opposto all'offerta del cavallo a Minerva. Senza perdere tempo aprirono le porte di Troia e trascinarono il cavallo fino al tempio di Minerva. La notte seguente i troiani festeggiarono la fine della guerra. Sinone si avvicinò di soppiatto al cavallo di legno, aprì una botola nascosta nel suo fianco e aiutò Ulisse e i suoi compagni a uscire dal loro nascondiglio. I greci si spinsero allora fino alle porte di Troia, uccisero le sentinelle e fecero entrare nella città l'esercito greco, che aveva atteso quel momento al largo dell'isola di Tenedo. Fu la fine di Troia. Nel frattempo Enea venne avvertito del disastro dall'ombra di Ettore, che gli apparve in sogno e lo fece svegliare. Poté allora vedere la città in preda alle fiamme ed il palazzo invaso dai greci. Vide anche il vecchio re Priamo e i suoi figli sgozzati, mentre le donne della famiglia reale venivano ridotte in schiavitù. Vedendo la bella Elena gli venne l'impulso di ucciderla, poiché era stata lei la causa della guerra, ma Venere glielo impedì. Solo gli dei, disse, erano responsabili di quella tragedia e ingiunse al figlio di fuggire con i suoi. Enea allora non perse tempo. Suo padre Anchise, la sua sposa Creusa e suo figlio Ascanio erano ancora vivi. Enea prese il padre sulle spalle e, tenendo il figlio per mano, si inoltrò attraverso le fiamme, mentre Creusa li seguiva. Enea non si girò finché non ebbe raggiunto il santuario di Cerere, sul colle vicino a Troia. Ma Creusa non era più con loro. Enea ritornò a Troia ma le sue ricerche non approdarono a nulla. Folle di disperazione, vide però apparire l'ombra della moglie che gli disse di non piangerla, ma di andare senza rimpianti verso un nuovo glorioso destino.

 

Libro III.

Con l'aiuto del padre, del figlio e di un gruppo di troiani che erano riusciti a fuggire dalla città, Enea costruì una flotta con cui fece vela verso la Tracia. Qui giunti, dopo aver innalzato un altare, Enea e i suoi compagni cercarono del fogliame per ricoprirlo. Si diressero verso un cespuglio vicino alla riva e scoprirono con orrore che dai suoi rami cadevano gocce di sangue. Quindi udirono una voce ammonirli che la Tracia non avrebbe riservato loro un'accoglienza amichevole, anche  se Priamo aveva considerato suo alleato il sovrano di quella regione. Il re di Troia non aveva inviato in Tracia un tesoro per metterlo al sicuro? Non l'aveva affidato al suo giovane figlio Polidoro? Ma il re della Tracia, sentendo che la vittoria non stava andando ai troiani, aveva fatto assassinare Polidoro. Dal regno delle ombre, la sua voce si levava ora per avvertire Enea del pericolo. I troiani lasciarono rapidamente la Tracia inospitale e fecero rotta per Delo, dove si trovava il santuario di Apollo.

L'oracolo ingiunse loro di ritornare nella loro madre patria, dove Enea e i suoi discendenti sarebbero diventati i fondatori di un impero. Anchise credeva che la sua madre patria fosse Creta, da cui proveniva il primo re di Troia, Teucro. Ma quando Enea e i suoi compagni misero piede su quell'isola, le sventure si abbatterono su di loro. I raccolti si disseccarono, e una pestilenza fece morire parecchi membri di quel gruppo sparuto. Enea era oramai disperato, quando gli apparvero in sogno gli dei di Troia, i quali gli dissero che la sua vera patria era l'Italia. Ancora una volta i troiani ripresero il mare e approdarono su un isola delle Strofadi, dove pingui armenti pascolavano su prati lussureggianti. Al momento però di far baldoria furono assaliti dalle Arpie, i mostri dal corpo di uccello e la faccia da vecchia. Le lance dei troiani non riuscivano nemmeno a scalfirle. Dall'alto di una roccia Celeno, una delle arpie, disse a Enea che non aveva nessun diritto di stabilirsi in quell'isola, che la sua intrusione sarebbe stata punita e che egli doveva continuare il suo viaggio verso l'Italia. Mai, dichiarò Celeno, i troiani avrebbero potuto fondare una città prima di essere stati costretti a mangiare persino i tavoli su cui poggiavano le loro vivande. Enea fece vela verso nord e arrivò in una regione dell'Epiro, la Caonia, il cui sovrano altri non era se non il suo parente Eleno, fratello gemello di Cassandra, che come lei possedeva il dono della profezia. Eleno aveva sposato Andromaca, la vedova di Ettore, e insieme i due avevano vissuto in pace dopo gli anni terribili dell'assedio di Troia. Eleno e Andromaca accolsero con gioia i loro concittadini. Eleno predisse a Enea che egli avrebbe dovuto fondare la sua città sulle rive di un fiume della costa più remota d'Italia, nel punto in cui avesse visto un cinghiale femmina bianco allattare i suoi trenta piccoli. Egli diede ad Enea dei preziosi consigli sul modo di evitare i pericolosi scogli di Scilla e di Cariddi, e gli raccomandò di consultare la Sibilla Cumana, la sacerdotessa di Apollo che viveva in una grotta.

  I troiani riuscirono quindi ad evitare il famoso stretto custodito da Scilla e da Cariddi, ma le loro navi furono trascinate ugualmente fino ad una baia di aspetto sinistro che si apriva ai piedi di quel tetro vulcano che è l'Etna. Sulla spiaggia si trascinava un greco, un poveraccio mezzo morto di fame, che li scongiurò di fuggire al più presto dalla terra dei Ciclopi, dove erano appena approdati. Si trattava di uno dei marinai di Ulisse, che i compagni avevano abbandonato quando erano scappati via da Polifemo, il gigante con un occhio solo in mezzo alla fronte. Egli non si aspettava nessuna pietà dai troiani, ma Enea e Anchise lo calmarono e gli promisero di trattarlo degnamente. Ebbero appena il tempo di togliere gli ormeggi e di fuggire, che Polifemo stava già chiamando in aiuto gli altri ciclopi. Sfuggiti a questo pericolo e raggiunta la costa settentrionale della Sicilia, poterono finalmente riposare sulla spiaggia tranquilla di Capo Deprane. Ma un'altra prova attendeva Enea: la morte del diletto padre, stremato dalle fatiche di quel viaggio massacrante. Quando le navi ripresero il mare, una tempesta le portò alla deriva sulla costa libica, e fu così che Enea ebbe l'avventura di incontrare la regina di Cartagine.

Eneide, libro IV.