Nereide, sposa di Poseidone.Il dio del mare aveva fatto cadere prima la sua scelta sulla sorella di Anfitrite, Teti. Siccome però un oracolo aveva predetto che il figlio di Teti e di un dio avrebbe detronizzato il padre, Poseidone rivolse la propria attenzione su Anfitrite. Volendo rimanere nubile, Anfitrite riparò presso Atlante. Poseidone mandò da lei Delfino che riuscì nell'intento, e così Anfitrite sposò Poseidone. Per ringraziare chi lo aveva aiutato, il dio creò una costellazione a sua immagine e le diede nome Delfino. Anfitrite non tardò ad accorgersi che Poseidone era altrettanto infedele quanto suo fratello Zeus, e sulla scia di Era perseguitò col suo sdegno tutte le rivali.

 

Illustre troiano, uno dei più savi degli anziani, Antenore consiglia ai suoi concittadini ( Iliade libro VII) di restituire Elena al marito Menelao. Racconti di epoca più tarda ne fanno un traditore della patria, al quale i greci per riconoscenza daranno salva la vita insieme ai membri della sua famiglia.

 

Il gigante Anteo, re di Libia, figlio di Poseidone e di Gea (la Terra, madre universale), compare in alcune versioni dell'undicesima fatica di Eracle. Appena uno straniero metteva piede nel suo regno, Anteo lo sfidava alla lotta. Nessuno poteva vincerlo finché egli fosse rimasto a contatto con la madre terra. Dopo aver riportato ad Euristeo le mele d'oro del giardino delle Esperidi, Eracle si recò in Libia e sfidò Anteo. Accortosi mentre lottavano che il gigante riprendeva le forze ogni volta che egli lo gettava a terra, Eracle lo sollevò in alto e lo strozzò.

 

Anticlea è la madre di Ulisse. Nell'Odissea (libro XI) è figlia di Autolico e sposa Laerte : il loro figlio Ulisse ha ereditato alcune delle capacità di inganno del nonno Autolico, il quale ricevette dal proprio padre Ermes la facoltà di poter rubare senza mai farsi prendere con le mani nel sacco. Alcuni narratori di epoca più tarda e in particolare Sofocle nel Filottete, fanno di Ulisse il figlio di Anticlea e di Sisifo, re di Corinto, << il più scaltro dei mortali >>.

 

Figlio di Eete, re della Colchide, Apsirto era il fratello maggiore di Medea. Esistono parecchie versioni della parte sostenuta da questo sventurato principe nella fuga di Giasone e Medea dopo che questi si furono impossessati del vello d'oro. In uno di questi racconti, Eete mandò il figlio all'inseguimento della nave Argo. Apsirto riuscì a raggiungere i fuggitivi nei pressi di un'isola alla foce del fiume Istro (Danubio). Medea gli fece pervenire un messaggio nel quale dichiarava di essere stata presa con la forza da Giasone e gli chiedeva di andarla a cercare su quell'isola. Ma all'appuntamento si presentò Giasone, il quale assassinò  Apsirto. Secondo un'altra versione, Medea convinse il fratello ad accompagnarla nella sua fuga a bordo dell'Argo. Il loro padre Eete li inseguì e li raggiunse vicino alla foce dell'Istro. Fu allora che Medea uccise Apsirto e gettò nei flutti le sue membra una dopo l'altra, sicura che il padre si sarebbe attardato a raccoglierle per dare al figlio una degna sepoltura. In questo modo, Giasone e Medea sfuggirono al re della Colchide.

 

Questa storia è narrata da Ovidio nelle Metamorfosi, ma pare sia di origine greca. Aracne abitava a Colofone, nella Lidia, dove suo padre Idmone , faceva il tintore. La fanciulla era tanto abile nell'arte del tessere, da aver fama di avere imparato da Pallade Atena. Aracne pretendeva invece che fosse vero il contrario, e cioè che era stata la dea ad imparare da lei. A riprova di questo fatto, sfidò Atena, dichiarando di essere pronta a gareggiare con lei. Aracne ricevette la visita di una vecchia, che le suggerì di ritirare tutto quello che aveva detto per evitare l'ira della dea. La fanciulla le rispose in tono sgarbato, dicendole di andare a dare i suoi consigli a qualcun altro, perché era evidente che Atena non avrebbe accettato la sfida. Dove era dunque Pallade Atena?. La vecchia lasciò allora cadere il proprio travestimento e apparve sotto il suo vero aspetto: era Pallade Atena in persona. La gara iniziò. Aracne aveva scelto come tema del suo tessuto gli amori degli dei. Il suo lavoro era la perfezione stessa e descriveva le astuzie degli abitanti dell'Olimpo per raggiungere i loro fini. Adirata per l'ironia di Aracne, Atena stracciò la tela della sua rivale e la colpì con la sua spola. Disperata, Aracne si impiccò. Ma la dea non si sentiva ancora vendicata a sufficienza e trasformò Aracne in un ragno, condannandola a filare e tessere per l'eternità.

 

Nato ad Alessandria d'Egitto nel 295 a.C. , Apollonio è autore di un'epopea greca che narra il viaggio di Giasone sulla nave Argo, le Argonautiche. Da Alessandria passò a Rodi, dove morì nel 215 a.C.

 

Questa bella ninfa era una delle Esperidi. Un giorno, mentre si bagnava nelle acque dell'Alfeo, il dio del fiume si innamorò di lei. La ninfa fuggì e si rifugiò presso la dea Artemide nell'isola di Ortigia. Artemide mutò Aretusa in fonte, ma Alfeo si immerse sotto terra e scorrendo sotto il mare arrivò fino all'isola di Ortigia, dove poté mescolare le proprie acque con quelle della fonte di Aretusa.

 

Arione era il più veloce di tutti i cavalli. era figlio di Demetra (trasformata in giumenta) e di Poseidone (trasformato in cavallo) e compare nei miti di Eracle, di Poseidone e di Adrasto.

 

Le Arpie, le "rapitrici", creature alate soprannaturali della mitologia greca, in origine erano certamente dei venti tanto potenti da portar via gli uomini. L'idea dell'alleanza fra venti e gli spiriti era molto diffusa nei tempi antichi. Era inevitabile quindi che si arrivasse a credere nell'esistenza di un cattivo genio del vento. Esiodo parla di due Arpie, Aello e Ocipete, accennando alla loro magnifica capigliatura e al loro volo vigoroso. Esse discendono da Gea e da Oceano. Nell'Eneide (libro III) Virgilio fa il nome di una terza Arpia, Celeno. Nell'Odissea (libro XX), Penelope ne parla come di procelle quando rivolge una preghiera alla dea Artemide e le ricorda che esse rapirono le figlie di Pandareo per farne le ancelle delle Furie. Le Arpie appaiono anche nelle Argonautiche (libro II), dove perseguitano il re Fineo.

 

Figlio di Enea e della principessa troiana Creusa, figlia a sua volta di Priamo, Ascanio seguì il padre nelle sue peregrinazioni dopo la caduta di Troia e la scomparsa della madre. Quando alla fine approdò in Italia sulle sponde del Lazio, Enea chiese al re Latino il permesso di stabilirsi sul suo territorio. Andando a caccia, il giovane Ascanio ferì involontariamente un cervo sacro, per cui gli abitanti del paese e quelli dei regni vicini si sollevarono contro i troiani. Con l'aiuto di Evandro, re di Pallantea, Enea sconfisse i propri nemici. Egli regnò sui latini, e alla sua morte Ascanio gli succedette. Poi, sul sito di Pallantea, Ascanio fondò Alba Longa, destinata in seguito a diventare Roma.

 

Nella mitologia greca Ate è più un principio che una divinità. E' la personificazione dell'accecamento morale che distrugge il senso dei valori naturali, è l'Errore che si può produrre in guerra, in amore, in ogni emozione forte. Omero ne fa la figlia di Zeus, cui Agamennone dà la responsabilità degli avvenimenti che l'hanno condotto alla sua tragica disputa con Achille ( Iliade libro XIX).

 

Figlio di Pelope e fratello di Tieste, era il padre di Agamennone e Menelao. Atreo e Tieste furono vittime della maledizione caduta sulla loro famiglia a causa delle azioni di Pelope, maledizione che si estese tragicamente ai suoi discendenti finché Oreste, nipote di Atreo, non ne venne liberato per grazia di Apollo.

 

Re dell'Elide nel Peloponneso, Augia possedeva greggi immense. Aveva le stalle così sporche che solo un eroe dotato di grande forza sarebbe stato capace di pulirle. Quest'azione costituisce una delle dodici fatiche di Eracle.

 

Dea dell'aurora nella mitologia romana. Per la sua leggenda, ricalcata sull'originale greco, vedi Eos.

 

Figlio di Ermes e di Chione, figlia a sua volta del Vento di settentrione, Autolico ereditò dal padre, il dio dei ladri, il dono di rubare senza essere mai colto sul fatto. Soltanto Sisifo si dimostrò più abile di lui nell'arte dell'inganno. Autolico è citato nell'Iliade ( libro X) per aver rubato l'elmo di cuoio di Amintore, dato poi ad Ulisse. Questi era del resto suo Nipote, in quanto sua madre Anticlea, era figlia di Autolico. Nell'Odissea ( libro XIX ) Autolico cura Ulisse ferito alla coscia dopo la caccia al cinghiale.