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di Apollonio Rodio
Libro IV
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Gli argonauti si accingono a ritornare in Tessaglia, ma nuove prove li attendono ancora. |
Resasi conto che le è impossibile rimanere nella Colchide, al calar della notte Medea esce furtiva dal palazzo e corre al porto. Rivela che il re Eete ha scoperto tutto, e che se Giasone terrà fede alla sua promessa lei andrà subito a prendere il vello d'oro. Giasone le rinnova il suo giuramento e Medea lo conduce nel bosco sacro di Ares, dove un drago fa la guardia al prezioso vello. L'altare è situato ai piedi di una quercia sacra, sulla quale brilla il vello d'oro. Quando i due giovani si avvicinano, il drago si lancia verso di loro. Medea invoca il dio del sonno e la luna vagabonda e , vinto dai suoi sortilegi, il drago non tarda ad addormentarsi. Mentre Giasone s'impossessa del vello d'oro, Medea spalma la testa del drago con un unguento magico che ne prolungherà il sonno. Poi tutti e due fuggono verso l'Argo. |
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Trionfanti, gli argonauti issano le vele, armati e pronti a fronteggiare i pericoli che essi presentono inevitabili. Era manda loro una brezza favorevole e l'Argo ridiscende il corso del Fasi, con Giasone e Medea accanto al timoniere. Al palazzo intanto l'assenza di Medea è stata notata. Eete raduna il suo esercito. Salito su carro guidato dal figlio Apsirto, si precipita sulla riva per impedire alla nave di prendere il largo. Ma l'Argo è già lontana, e il re intima allora che tutte le imbarcazioni grandi e piccole, del suo regno, si lancino all'inseguimento della nave sulla quale si trova la figlia infedele. L'indovino Fineo, consiglia agli argonauti di tornare in Grecia seguendo una rotta diversa da quella che avevano fatto per arrivare nella Colchide. Argo propone di raggiungere la foce dell'Istro (l'attuale Danubio), di risalire il corso del fiume e poi, attraverso i suoi affluenti, raggiungere il mar Ionio e contornare la Grecia sino a Iolco. Giunti però alla foce dell'Istro, gli argonauti si accorgono che il fratello di Medea, Apsirto li ha preceduti per impedire loro di entrare nel Ponto Eusino (il mar Nero). Gli argonauti cercano di parlamentare coi loro inseguitori. Apsirto riconosce che Giasone si è ben meritato il vello d'oro superando le prove imposte da Eete. Medea però deve ritornare nella Colchide. Gli argonauti propongono che Medea si ritiri invece nel santuario di Artemide mentre la sua sorte verrà discussa con imparzialità. Presa dal furore, Medea minaccia Giasone di dare fuoco alla nave se egli si azzarda ad accettare quella transazione. Ella assicura che niente al mondo la farà ritornare sui suoi passi, e che in nessun caso l'abbandonerà. Poi dichiara a Giasone che provvederà personalmente ad Apsirto, dopo di che sarà facile per gli argonauti vincere un esercito privato del proprio capo. Spaventato da questa violenza, Giasone acconsente. Approfittando di questa tregua imprevista, Medea tende un agguato al fratello dandogli appuntamento a notte fonda sulla spiaggia. Il giovane accetta senza diffidenza. Ma è Giasone che lo aspetta e lo uccide. Poi lo fa a pezzi, sperando in tal modo di far sparire le prove della propria colpa. Secondo altre versioni, Giasone e Medea attirano il giovane a bordo dell'Argo, dove lo fanno perire. Poi dilaniano le membra e le gettano una dopo l'altra in mare, costringendo Eete a rallentare il suo inseguimento per raccogliere i resti del figlio. Così Giasone e Medea riescono a sfuggirgli. Comunque sia, la morte di Apsirto chiede vendetta agli dei. L'Argo procede a forza di remi in mare aperto, quando si sente risuonare la voce dell'oracolo di Zeus. |
Giasone e Medea |
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Le avventure degli argonauti hanno ispirato molte opere d'arte. Qui vediamo il ritorno di Giasone, tratto dal disegno di un vaso greco. |
Dall'alto della polena, essa dice che il sangue di Apsirto macchia le mani di Giasone e di Medea : se essi non si purificheranno da questo delitto, né loro né nessuno degli altri argonauti riusciranno a rimettere mai piede in Grecia. Castore e Polluce invocano gli dei dell'Olimpo, i quali scatenano un uragano che spinge l'Argo sull'Eridano (l'odierno Po). La nave segue poi il corso del Rodano per riguadagnare il mediterraneo e alla fine si rifugia presso la costa occidentale dell' Italia, nell'isola di Eea. E' il regno della maga Circe, sorella di Eete e zia di Medea. Circe purifica Giasone e Medea dal delitto di sangue, ma si rifiuta di dar loro ospitalità. Ancora una volta gli argonauti risalgono a bordo dell'Argo, col cuore tremante all'idea di affrontare le sirene e due terribili pericoli tanto temuti dai navigatori, Scilla e Cariddi. Orfeo salva gli argonauti dal canto fatale delle sirene traendo dalla sua lira una musica ancora più dolce della loro. Cariddi era un vortice situato nello stretto di Messina, dinanzi al quale si trovava uno scoglio temibile, sorvegliato da un mostro che dimorava in una caverna. Molto spesso, credendo di evitare il primo, i marinai si facevano divorare dal secondo. Ma Era veglia, e su suo ordine Teti e le nereidi guidano l'Argo per farle attraversare senza danni lo stretto pericoloso. Alla fine gli argonauti approdano all'isola di Corcira (Corfù), il cui re Alcinoo, riserva loro una calorosa accoglienza. Ma sono appena arrivati che nell'isola sbarca anche un contingente di soldati della Colchide, i quali chiedono ad Alcinoo di consegnare loro Medea, minacciando, in caso di rifiuto, di distruggere Corcira. |
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Alcinoo riesce a temporeggiare, mentre Medea ricorda agli argonauti i servigi da lei resi a loro, dopo di che va dalla regina Arete, chiedendole di intervenire in suo favore presso il marito. Alcinoo prende la decisione di rendere Medea ai colchici se non è sposata con Giasone. Mentre Alcinoo dorme, Arete esce dal palazzo e si reca in tutta fretta al campo degli argonauti, dove consiglia a Giasone e a Medea, se non l'hanno già fatto, di sposarsi immediatamente. Ed essi lo fanno, nonostante il loro desiderio di celebrare le nozze una volta giunti a Iolco, il regno di Giasone. Gli argonauti si tengono in guardia temendo la reazione dei colchici alla notizia che Alcinoo non avrebbe consegnato loro Medea. Dopo qualche frase minacciosa, i colchici si arrendono alle ragioni di Alcinoo, e lo supplicano di lasciarli stabilirsi a Corcira, sicuri che Eete li ucciderebbe se tornassero nella Colchide senza sua figlia. Alcinoo accetta, e gli argonauti possono riprendere il mare. Nel momento in cui la nave si dispone a doppiare il Peloponneso, una tempesta che infuria da nord la fa deviare dalla sua rotta. La tempesta dura nove giorni e dirotta l'Argo sino alla Libia, sulla riva delle Sirti. La nave si incaglia in un arido deserto, e il mare ritirandosi, lascia gli argonauti senza speranza e senza forze. Parecchi, fra cui Mopso, vi lasciano la vita. Ma le ninfe della riva libica e le Esperidi vengono in aiuto agli eroi. danno loro dei viveri e poi raccontano come Eracle abbia rubato i pomi d'oro dal loro giardino. Addolorati per la perdita di tanti loro compagni, gli argonauti tirano la loro nave fino al mare con l'alzaia, ma ignorano la loro posizione. |
In mezzo ai suoi compagni, Giasone porta trionfalmente il vello d'oro al re Pelia, che non riesce a nascondere il proprio disappunto. |
Orfeo ricorda allora a Giasone che egli possiede uno dei tripodi dell'Oracolo di Delfi, che gli era stato dato da Apollo. Gli argonauti tornano sul greto e vi depongono il tripode. Subito appare , figlio di Poseidone e di Anfitrite, il quale indica loro la rotta da seguire. Giasone gli offre il tripode sacro e, riconoscente, gli sacrifica anche un montone. per ringraziarlo, Tritone rimorchia l'Argo sino in mare aperto. Giasone si dirige verso Creta, dove altri pericoli l'attendono, ma i sortilegi di Medea l'aiutano a vincerli. Creta è custodita da Talo, un gigante di bronzo creato da Efesto.
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La sua vita dipende da una vena unica, che dalla testa va al tallone. Mentre il gigante cerca di staccare delle rocce per scagliarle sull'Argo, Medea gli manda delle visioni malefiche. Titubante, Talo si scalfisce la caviglia e la vena si rompe. Il sangue così gli sgorga a fiotti e il gigante si abbatte morto sulla riva. Questa è l'ultima avventura degli argonauti. Apollo concede loro la sua luce affinché la nave non si perda di notte in mezzo alle isole del mare Egeo, e alla fine Giasone e i suoi compagni riportano a Iolco il vello d'oro. Sulla nave c'è anche Medea, la maga reale della Colchide, diventata sposa di Giasone. Ma questa è un'altra storia.
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