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di Apollonio Rodio
Libro II
L'Argo arriva nel paese dei berici in Bitinia. Polluce viene a contesa col re Amico e lo uccide. Ne segue una battaglia campale fra argonauti e berici. Questi ultimi vengono sconfitti e prendono la fuga. Gli argonauti s'impadroniscono di un ricco bottino e ascoltano poi Orfeo cantare le lodi di Polluce. L'indomani s'inoltrano nel Bosforo e lo attraversano senza danni grazie all'abilità di Tifi. Il prossimo scalo è nel paese di Fineo, il re cieco che regna sulla riva occidentale del Bosforo. Fineo ha il dono della profezia, e sono molti coloro che vanno a consultarlo. Egli però ha avuto l'imprudenza di rivelare i segreti degli dei e Zeus lo ha punito in maniera terribile. Ogni volta che Fineo si accinge a mangiare, due Arpie si precipitano sul suo cibo, glielo strappano di mano e l'insudiciano, per cui il re muore di fame. Figlie di Taumante, le Arpie erano dei mostri alati, che avevano la faccia di fanciulle ed il resto del corpo di uccello. Nonostante la sua debolezza, Fineo spiega agli argonauti di poter essere liberato da questa maledizione soltanto dai figli del Vento di settentrione. Saputo della presenza fra gli eroi di Zete e di Calais, l'indovino chiede loro di aiutarlo.
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Gli argonauti offrono un sacrificio agli dei. |
I figli di Borea cacciano i mostri alati e gli argonauti rifocillano lo sventurato Fineo. L'indovino svela loro i pericoli che li minacciano e dà loro il consiglio di portarsi dietro una colomba per aiutarli ad attraversare le Simplegadi, scogli galleggianti fra i quali le navi vanno spesso a sfasciarsi. Se la colomba riuscirà ad evitare quegli scogli, gli argonauti potranno tentare la sorte. La colomba passa di giusta misura e l'abile Tifi riesce a superare quel punto pericoloso grazie anche alla vigilanza di Atena. L'Argo procede nel mar Nero, seguendo la rotta indicata da Fineo. Gli argonauti, sfiniti dopo tanto remare, arrivano all'isola di Tinia. Il dio Apollo compare dinanzi a loro durante un suo viaggio nel paese degli iperborei. Gli argonauti costruiscono un tempio ad Apollo, dio dell'Aurora, e Orfeo canta un inno in suo onore. |
Poi gli eroi riprendono il mare, confidando nelle parole di Fineo, che li ha assicurati che le Simplegadi sono l'ostacolo più temibile della loro traversata, e arrivano senza intoppi al paese dei mariandini. Il re Licio li accoglie con gioia, perché essi lo hanno liberato di Amico, il re suo rivale che aveva fatto numerose incursioni nel suo regno. Questa gioia è offuscata dalla morte di due argonauti : Idmone, ucciso da un cinghiale, e Tifi, il pilota senza pari, portato via da una malattia fulminante. Anceo, figlio di Poseidone, lo sostituisce al timone e l'Argo riparte per Sinope,dove tre nuovi compagni si uniscono agli argonauti. Sono i tre figli di Deimaco, che avevano preso parte alla spedizione di Eracle contro le amazzoni, ma che non avevano potuto tornare indietro con lui. Proseguendo il viaggio, gli argonauti arrivano ad Aria, l'isola di Ares, dove gli uccelli del dio della guerra, gli avvoltoi con le piume di bronzo, assalgono i marinai.
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Gli argonauti hanno appena il tempo di piantare le tende, che si scatena un violenta tempesta. Quattro naufraghi attaccati ad una zattera di fortuna, vengono gettati sulla spiaggia. Giasone ed i suoi amici si affrettano a soccorrerli, portando loro vesti e cibo. Sono i figli di Frisso e di Calciope, figlia di Eete re della Colchide : Argo, Frontide, Melante e Citissoro. Essi stavano tornando ad Orcomeno, patria del loro padre, che era appena morto. I quattro naufraghi esitano un po' all'idea di incontrare il temibile Eete, ma poi decidono di unirsi agli argonauti. Due giorni dopo, gli argonauti raggiungono la Colchide. Imbrogliano le vele e al crepuscolo risalgono a remi il Fasi : alla loro destra si stende il sacro bosco di Ares, a sinistra la città di Eea e i monti del Caucaso. Su consiglio di Argo, Giasone fa ancorare l'Argo fra le canne di una palude.
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