di Apollonio Rodio

Libro I

Riuniti nel porto di Pagase in Tessaglia, gli argonauti salgono a bordo della nave Argo per accompagnare Giasone nella Colchide alla ricerca del vello d'oro. Questo vello non é che la pelle del montone alato grazie al quale Frisso era riuscito a sfuggire alla morte, e si trova in un bosco consacrato ad Ares, il dio della guerra, appeso ad una quercia cui fa la guardia un drago mostruoso. Fra gli argonauti vi sono Orfeo, Eracle, Admeto, l'indovino Mopso, Telamone e Peleo, Ila, Nauplio, Castore e Polluce, Idas e suo fratello Linceo, Meleagro, Zete e Calais, figli di Borea, Acasto, fratellastro di Giasone, e Argo, che ha costruito la nave.

Per tentare di sfuggire al destino mortale che un oracolo gli aveva predetto, Pelia manda Giasone alla conquista del vello d'oro.

Come polena la dea ha fatto mettere sulla nave un pezzo della quercia sacra di Zeus a Dodona, conferendo in tal modo all'Argo il dono della parola. Il popolo si raduna per assistere al varo della nave, mentre le donne fanno gli auguri ai genitori di Giasone, Esone e Alcimede. Esone, che regnava su Iolco, era stato detronizzato dal fratellastro Pelia, ma era riuscito a fuggire in compagnia di Alcimede e del loro figlio Giasone, minacciato di morte da Pelia. Più tardi un oracolo aveva predetto a Pelia che egli sarebbe morto per mano di un uomo calzato ad un solo piede. Ora, un giorno in cui il re di Iolco sta offrendo un sacrificio agli dei, appare un uomo che ha ai piedi un solo sandalo. E' Giasone, che a perso l'altro sandalo attraversando un fiume. Giasone rivendica il trono ma accetta di recarsi prima nella Colchide per prendervi il vello d'oro.

 

Il fatto é che esse avevano trascurato il culto di Afrodite, e la dea si era vendicata dotandole di un odore ripugnante che aveva fatto fuggire i loro mariti. Questi si consolavano con le loro schiave venute dalla Tracia, per cui le donne di Lemno avevano ucciso gli infedeli e le loro rivali. Pelia spera che Giasone non torni vivo dalla spedizione. Ma Giasone, già protetto da Atena, si vede accordare anche la protezione di Era, che Pelia aveva offeso. L'Argo viene varata con successo e gli eroi s'imbarcano dopo aver offerto un sacrificio ad Apollo. Eracle si ritira davanti a Giasone, al quale lascia il comando. Un vento favorevole li conduce in direzione dell'isola di Lemno. A quel tempo quell'isola prospera, soggiorno preferito di Efesto, era popolata soltanto da donne, che l'anno prima avevano massacrato tutti gli abitanti maschi dell'isola. 

Atena non si accontentò di proteggere Giasone e i suoi compagni. Qui la vediamo partecipare alla installazione delle vele sull'Argo.

Orfeo è una delle figure più famose della mitologia greca. Accompagnato dalla lira, sapeva esprimere un canto tale da muovere le pietre e rendere mansueti gli animali feroci.

 

Vivendo nel timore di una invasione dei traci, le donne di Lemno accolgono gli argonauti armate delle spade dei loro mariti. Ma sentendo l'araldo di Giasone si raddolciscono e si mostrano tanto ospitali che, eccettuati Eracle e alcuni suoi compagni, tutti gli argonauti sbarcano sull'isola. Il loro soggiorno é così felice che Eracle deve richiamare i suoi amici alla ragione. Alla fine le donne di Lemno acconsentono alla partenza degli argonauti. Questi arrivano in seguito all'isola di Samotracia, dove Orfeo spera di approdare per iniziarsi ai riti dei Cabiri, seguaci di Persefone e protettori dei marinai in mare. Rasserenati da questo scalo, gli argonauti attraversano senza fatica l'Ellesponto e poi il Propontide (il mar di Marmara) e approdano nel paese dei dolioni, nell'isola di Cizico. Il re Cizico li accoglie e li invita a gettare l'ancora nel porto di Cito. Cizico si é appena sposato ed é preoccupato per le parole di un oracolo, il quale gli ha ordinato di non alzare mai le armi contro dei nobili navigatori che mettessero piede sulla sua isola. Il giovane sovrano, molto ospitale riceve Giasone e gli argonauti con generosità e offre loro un banchetto. Dà loro tutte le informazioni che vogliono sul Propontide, ma confessa di non sapere niente dei paesi che si estendono verso est di là dal mare.  L'indomani alcuni argonauti salgono sulle colline per dare uno sguardo alla loro futura rotta, mentre gli altri preparano l'Argo per la partenza. Dalle montagne scendono dei mostri con sei grandi braccia, i quali attaccano la nave ammucchiando delle rocce all'entrata del porto per impedirle di uscire. Eracle ed i suoi compagni, subito raggiunti dal resto del gruppo sconfiggono questi mostri e l'Argo può mettere la vela. Ad un tratto si alzano dei venti contrari che costringono gli argonauti a tornare indietro e rimettere piede nel paese dei dolioni in piena notte. Il re Cizico, immaginando di essere attaccato dai pirati e non riconoscendo i suoi ospiti della vigilia, prende le armi alla testa del suo popolo per combattere i presunti invasori e nel corso della battaglia rimane ucciso. La profezia dell'oracolo si é così compiuta. Gli argonauti rimangono nell'isola per dodici giorni, fanno celebrare con solennità le esequie del re e attendono che i venti siano favorevoli.

Mopso vede un martin pescatore svolazzare intorno all'Argo. L'uccello rimane per un istante sulla testa di Giasone, poi va a posarsi a prua. Mopso gli si avvicina, l'uccello si mette a cinguettare e vola via. Mopso che ne capisce il linguaggio, sveglia Giasone e gli dice che bisogna offrire un sacrificio alla dea Rea, madre di Zeus, sovrana della terra, dei venti e del mare. Gli argonauti ritornano allora in Tracia dove sul monte Didimo si erge un santuario consacrato a Rea. Salendo verso il tempio, Argo scorge un tralcio di vite secco e se ne serve per fare una statua della dea. Il sacrificio viene celebrato e la statua viene situata nel santuario. Rea testimonia la propria soddisfazione facendo sgorgare una fonte dal fianco della montagna, che fino a quel momento non ne possedeva alcuna. Le viene dato il nome di "fonte di Giasone". Tornati a Cizico, gli argonauti vedono che i venti sono cambiati e possono riprendere il mare senza intoppi. Quando però arrivano alla foce del Rindaco, il remo di Eracle sottoposto a dura prova, si spezza. 

Orfeo si fece sbarcare a Samotracia per iniziarsi al culto di Persefone, acui in parte si ispirò quando poi creò i misteri eleusini.

Per le note magiche che sapeva trarre dalla sua lira, Orfeo permise agli argonauti di superare mille difficoltà: grazie a lui l'Argo incagliata su una spiaggia, scese in mare da sola.

Eracle allora scende a terra per trovare un albero dal quale sia possibile ricavare un nuovo remo, mentre il suo giovane scudiero, Ila, cerca di trovare una sorgente di acqua dolce. Eracle scopre un pino e Ila una fonte che sgorga nei boschi di Pegea. a ninfa della fonte, vedendo avvicinarsi il giovane e trovandolo tanto bello, gli mette le braccia intorno al collo quando egli si china per attingere l'acqua e lo trascina giù in fondo al suo regno. L'indomani mattina si alza una brezza. Tifi, il pilota dell'Argo sollecita i compagni ad imbarcarsi. Le vele al vento, la nave é già in alto mare quando gli argonauti si accorgono di essere ripartiti senza Eracle ed Ila. Telamone accusa Giasone e Tifi di avere abbandonato volontariamente i due compagni per gelosia della gloria di Eracle. Glauco, portavoce di Poseidone esce dai flutti, rivela quello che é successo e annuncia che Eracle sarebbe rimasto a terra per cercare Ila e avrebbe dimenticato l'Argo mentre la nave avrebbe continuato la sua rotta.

Argonautiche libro II